lunedì 6 dicembre 2010

Lazio: riforma dei consultori

Pubblichiamo il primo articolo pubblicato da Massimo sul sito labsus, laboratorio per la sussidiarietà.

Proposta di legge Tarzia n.21, 26 Maggio 2010
Una sussidiarietà che non convince gli ordini professionali

da www.labsus.org sabato 04 dicembre 2010
| Massimo Ferraro


La proposta di legge n. 21 del 26 Maggio 2010 è stata presentata dal consigliere regionale di maggioranza Olimpia Tarzia (Lista Polverini), ed ha come oggetto la “Riforma e riqualificazione dei consultori familiari”. L’iter dell’atto è assai laborioso, sia per le diverse sensibilità coinvolte nel provvedimento, sia per il percorso di audizioni scelto dal presidente della Commissione Lavoro, pari opportunità, politiche giovanili e politiche sociali, Maurizio Perazzolo.
Il principio di sussidiarietà come mezzo per includere le diverse categorie professionali, ma non sono definite le risorse economiche, strutturali e umane per attuarlo
Nella relazione sulla proposta di legge n.21, la consigliera proponente di maggioranza Olimpia Tarzia sottolinea che le istituzioni pubbliche avranno una posizione sussidiaria nei confronti del consorzio familiare e delle associazioni ed organizzazioni senza scopo di lucro che promuovono i valori familiari.
Secondo le intenzioni della proponente, ciò dovrebbe agevolare una dinamica espansione del ruolo della famiglia e delle associazioni familiari. In quest’ottica, viene invocato l’art. 118 della Costituzione per l’attribuzione ad esse della funzione e del ruolo di istituzioni sociali con fini pubblici.
Nell’art.20 infatti, si rileva che “è di rilievo pubblico, ancorché sia retto dal diritto privato, non solo ciò che promana dal soggetto pubblico ma anche ciò che concorre al bene comune”.
Bene comune in questo caso individuato nella promozione di valori, culturali ed etici, della famiglia, nei confronti dei quali verrà privilegiato e favorito il lavoro dell’associazionismo femminile e territoriale, espresso da Consultori privati senza fini di lucro, cui verrà attribuita la qualifica di istituzioni sociali a fini pubblici (ISFP) . Ciononostante, è prevista anche l’istituzione di Consultori privati con fini di lucro che mediante accreditamento accederanno al finanziamento pubblico.
Rilevante è anche la scelta di istituire “un Comitato Bioetico indipendente per la valutazione dei servizi consultori ali pubblici, composto secondo criteri di interdisciplinarietà”, come recita l’art.26 comma 1.
Secondo le nuove disposizioni, il consultorio avrebbe competenze in materia educativa, giuridica, psicologica, sanitaria, socio-assistenziale. Lo scopo è di aiutare la donna e la coppia “prevedendo e prevenendo situazioni di crisi”, mettendo insieme i differenti saperi tecnici, professionali e sanitari dei vari operatori. La conoscenza, intesa come bene comune, al servizio della vita come bene comune.L’analisi dell’Ufficio LegislativoL’Ufficio legislativo della Regione Lazio, nella sua analisi tecnica della proposta di legge, ritiene che questa impostazione possa incorrere in una violazione dell’art.3 della Costituzione Italiana, poiché sembrerebbe “escludere dalla tutela i concepiti delle coppie di fatto e delle donne sole”, e ciò non garantirebbe quella condivisione a carattere di non escludibilità che qualifica i beni pubblici.
I continui richiami alla sola realtà familiare sono consacrati nella definizione di consultorio, espressa nei commenti della stessa consigliera Tarzia all’art.13 della proposta di legge n.21, come “struttura istituzionalmente preposta ad attuare, nei servizi alla famiglia, alla vita e al figlio concepito (già considerato membro della famiglia), il riconoscimento costituzionale del valore primario della famiglia nella sua unità e fecondità, disputando un ruolo conforme alla sua istituzionale vocazione”.Il parere della Consulta FemminileOltre ai rilievi dell’Ufficio legislativo, che investono anche altri aspetti in possibile contrasto con norme costituzionali e leggi precedenti, preoccupano i due pareri negativi della Consulta Femminile e di tre diversi Ordini professionali.
Il primo parere è quello della presidente Persichetti, la quale esprime i suoi dubbi su questioni di base della proposta quali la prevenzione e la salute della donna, nonché sull’impianto fondativo dei nuovi Consultori, previsti come strutture sì di sostegno, ma solo alla famiglia, negandolo a “quelle persone che scelgono stili di vita diversi dal matrimonio e alle donne sole”. Altre perplessità investono le coperture finanziarie e la reale necessità di abrogare la legge precedente.Il parere degli psicologi, degli assistenti sociali, dei medici chirurghi e odontoiatriUn documento sottoscritto dalla presidente dell’ordine degli psicologi del Lazio, Marialori Zaccaria, dal presidente dell’ordine provinciale di Roma dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Mario Falconi e dalla presidente dell’ordine degli assistenti sociali del Lazio, Giovanna Sammarco, esprime parere negativo alla proposta di legge Tarzia. Il giudizio condiviso delle tre categorie è tanto più importante, in quanto esse sono le principali professioni investite da competenze consultoriali da questa stessa proposta, ed in quanto sono i principali attori, insieme alle realtà dell’associazionismo e del volontariato, dell’attività che ivi si svolge.
Il documento sottoscritto dai rappresentanti locali dei tre ordini è molto lucido, fa riferimento alla realtà sanitaria dei consultori, alle carenze di strutture, di personale, di fondi, e non vede nella proposta di legge alcuna risposta a questi pressanti problemi.
Al contrario, tale documento denuncia la mancata previsione di misure economiche aggiuntive, a fronte poi di uno “smembramento del fondo regionale previsto dall’articolo 15 della legge regionale n.15 del 1976 (che la proposta di legge Tarzia intende abrogare) in tre diversi fondi di una non meglio precisata entità, eliminando la possibilità per Regioni ed Enti locali di stanziare risorse integrative”; ancora, “la proposta di legge prevede l’inserimento di figure professionali di incerta definizione e con competenze di dubbia attestazione”.
Lo stesso Ufficio legislativo regionale si era pronunciato negativamente su questo aspetto, in quanto la previsione e ancor più l’istituzione di nuove figure professionali (tali sarebbero il “consulente familiare” e il “mediatore familiare” indicati all’art.16 della proposta di legge n.21) esulerebbero dalle competenze della Regione, come già previsto dall’art 117, terzo comma della Costituzione.
Il parere dei professionisti è corredato da statistiche impietose sullo stato dei consultori del Lazio, che confermerebbero la carenza di risorse umane, economiche e strutturali. Probabilmente in questo senso va la previsione, nella proposta di legge Tarzia, dell’apertura ai privati (sia no-profit che a scopo di lucro) che potrebbero investire in nuovi locali e attività sanitarie. Ma anche questo punto ha subìto una prima bocciatura dall’Ufficio legislativo, che ne prevede il contrasto con norme statali precedenti (l. 405/1975).
Il documento di consulenza delle categorie professionali coinvolte si conclude con la richiesta di ascoltarne i rilievi, e di rafforzare le leggi che “ci sono e vanno bene, basterebbe attuarle in pieno, soprattutto attraverso il conferimento di maggiori risorse”.Un tentativo di analisiSecondo una prima analisi di un testo che sta proseguendo il suo iter e per volere del presidente della Commissione lavoro, pari opportunità, politiche giovanili e politiche sociali, Maurizio Perazzolo, è oggetto di confronto e audizioni dei soggetti e delle diverse sensibilità coinvolte, sono giudicabili positivamente i tentativi d’inclusione delle diverse realtà sociali e del volontariato privato nell’attività consultoriale.
Bisogna però considerare che la precedente legge regionale in materia, la n.15 del 1976, che questa proposta di legge intende abrogare, già prevedeva un ruolo attivo e partecipativo di “associazioni femminili o delle donne, associazioni familiari, organizzazioni sindacali e sociali rappresentative del territorio” perché definissero a loro volta “le forme di partecipazione degli utenti alla formulazione dei programmi e delle scelte da effettuare” (art.8).
Nell’art.2 sono esplicitamente affermate le finalità educative, informative, di assistenza sociale e sostegno psicologico presenti anche nella proposta di legge n.21, ma vi è un preciso riferimento alla libertà di scelta del singolo e della coppia che è assente nella nuova proposta.Breve considerazioneI consultori familiari sono parte di quella rete di servizi che lo Stato mette a disposizione del cittadino. Sono il presidio dell'agire pubblico, nello specifico sanitario, in difesa di un bene comune, in questo caso il diritto alla salute e all'assistenza.


Ma l'azione dello Stato è stata concepita come sussidiaria a quella del cittadino, che vi partecipa attivamente tramite organizzazioni ed associazioni rappresentative degli interessi coinvolti: lo Stato mette a disposizione le strutture e i fondi, i privati ne usufruiscono per prestare un servizio alla comunità.
Il contributo dei cittadini è essenziale. La carenza delle risorse economiche e strutturali ne pregiudica però l'efficacia, se non l'esistenza stessa. L'apertura ai capitali e alle energie dei privati può essere una risposta positiva da parte delle istituzioni, qualora essi abbiano le risorse che lo Stato non riesce a garantire.
Il timore nasce dalla parallela concessione delle medisime competenze e responsabilità agli istituti privati con fini di lucro. Il rischio è lo smantellamento graduale ma progressivo del servizio pubblico in questo settore, a vantaggio di altre realtà che farebbero di un bene pubblico primario un prodotto esclusivo del mercato e delle sue leggi, venendo con ciò meno il carattere qualificante di "non escludibilità" che è proprio di ogni bene pubblico.
(1) per approfondimenti, leggere l'editoriale di Paola Toniolo Piva "La Sanità Condivisa".

domenica 5 dicembre 2010

La prima connessione a Internet

Pubblichiamo la seconda parte delle riflessioni di PJ! Buona lettura!


E qui ecco di nuovo il mio antidiluviano Amstrad. Era dunque uno strumento molto velleitario, quanto a possibilità di utilizzo, però conteneva disperso nei suoi circuiti, un oggetto misterioso di nome modem, che inizialmente non avevo nemmeno notato, dato che le istruzioni non lo nominavano. Ricordo solo che notai una piccola presa su un lato del computer accanto alla quale era incisa questa parola misteriosa “MODEM”. Non che fossi particolarmente interessato a scoprire di cosa si trattasse, dato che allora il computer non si usava mai per comunicare, e non mi era certo venuto in mente che quella piccola presa avrebbe significato una rivoluzione epocale nella diffusione e moltiplicazione dello scibile umano. Tuttavia un giorno notai in un'edicola un manuale con un titolo che mi incuriosì “Guida ai segreti del modem”, e ovviamente lo comprai, io ero uno dei pochi possessori di questo strano apparato. Il libro era scritto talmente male che per le prime dieci pagine nemmeno si capiva a cosa il modem potesse servire (secondo la classica, autistica, patologia mentale degli informatici che danno sempre per scontato che chiunque capisca al volo il loro gergo e le loro sigle e i loro acronimi). Dopo cominciava la criptica descrizione dei comandi necessari a farlo funzionare dopo averlo attaccato a una linea telefonica. Comandi da impartire a mano, secondo rigide sequenze, prestando ascolto e interpretando correttamente i fischi e le pernacchie che la perversa macchinetta emetteva. Comunque, in fondo al libro comparve finalmente l'unica indicazione veramente utile, che spiegava chi chiamare con questo modem. C'era una breve lista di numeri di telefono, dei quali ben cinque in America, tre in Gran Bretagna e uno solo in Italia. Si trattava del numero della rivista di informatica MCLink. Composi dunque laboriosamente questo numero e finalmente ottenni risposta, dall'altoparlante del computer si sentì dire “Pronto?”... Forse non si trattava di un modem che rispondeva dall'altra parte, ma non ne ero completamente sicuro, tanto che cominciai a dare alcuni altri comandi descritti dal manuale, finchè dall'altra parte del filo non mi giunse questa preziosa indicazione “guardi, il modem ora è staccato, provi a chiamarmi a questo numero col telefono”. Questo fu il mio primo collegamento, ma altri poi ne seguirono ed ebbero successo. Era entusiasmante, sembrava di essere dei radioamatori e scoprii che la comunità italiana degli utilizzatori di modem contava ben un centinaio di persone. L'attività principale era una chat primordiale, e quello che trovavo più stupefacente era che riuscivo a comunicare anche con gli altri pionieri che si trovavano a Milano senza dover pagare l'interurbana. Mi fu assegnato l'anno successivo un indirizzo sperimentale di posta elettronica, e mi spiegarono il concetto di questa nuova forma di comunicazione, concetto che non afferrai subito (mi sembrava impossibile che si potesse ricevere un messaggio senza essere connessi nel momento nel quale esso veniva spedito). MCLink, allora una cooperativa di entusiasti, mi propose anche di cominciare a lavorare con loro su queste novità, ed io, con il fiuto per gli affari che mi contraddistingue, naturalmente declinai l'offerta... Ero comunque stato uno dei primi in Italia ad avere un indirizzo di posta elettronica, e poi ad accedere ad Internet.

Continua...

giovedì 2 dicembre 2010

Correva l'anno 1988

Pubblichiamo uno scritto "a puntate" di mio zio Pierluigi, sotenitore del blog e divertente scrittore. Un'analisi sull'importanza dei computer e il potere della rete. Uno scritto che ha tanto da insegnare e propone interessanti spunti di riflessione.
Buona lettura e un grazie a PJ!

Un bel po' di tempo fa, era il 1988, comperai il mio primo computer. Era un Amstrad, un laptop ante-litteram, che aveva la presunzione di poter funzionare a batteria e di essere portatile (era quello della foto qui accanto). In realtà, era un oggetto bislungo, ingombrante e pesantissimo, dotato di uno schermo minuscolo a cristalli liquidi, in bianco e nero e di difficile lettura. La batteria era costituita da dieci pile torcia, che si esaurivano dopo nemmeno un'ora e talvolta non avevano abbastanza potenza, neanche da nuove, per far partire il disco fisso. Tuttavia, i personal computer da tavolo erano già in uso e cominciavano a farsi strada nel lavoro degli uffici; certo, per applicazioni appena più complicate che la semplice scrittura o il calcolo con un foglio elettronico elementare, bisognava ricorrere ai cosiddetti mini-computer, che erano definiti “mini” perchè invece di occupare un intero salone di 200 metri quadrati, abbisognavano soltanto di una normale stanza. In ufficio, per le nostre nascenti applicazioni sui GIS, ne avevamo uno della Digital Equipment, che per l'epoca era considerato potentissimo. Centinaia di metri di cavi erano stati stesi per tutto l'ufficio al fine di collegarlo a una decina di videoterminali sui quali gli informatici sviluppavano le prime applicazioni cartografiche, che poi venivano rappresentate su un unico terminale grafico (ovviamente in bianco e nero) oppure inviate al mastodontico plotter elettromeccanico, che era accudito da un tecnico in camice bianco. Comunque si trattava di cose all'avanguardia per l'epoca, che fecero della ora defunta Italeco un numero uno del settore. Era questo il contesto nel quale lavoravo, dunque i computer cominciarono ad interessarmi. Si trattava di un interesse un po' forzato, per la verità, poiché un umanista come me incontrava non indifferenti difficoltà ad applicare la logica matematica necessaria a farli funzionare, e soprattutto trovavo sproporzionato il rapporto fra il lavoro di programmazione e i risultati che si ottenevano.
Comunque, con i personal computer inventati da Bill Gates, le cose cominciavano a cambiare, e il genio di quell'uomo consistette per l'appunto nel capire che il computer poteva diventare uno strumento alla portata anche dei non addetti ai lavori. Delle potenzialità che si sarebbero poi dischiuse, tuttavia, nemmeno lui aveva avuto l'intuizione: non immaginava che i suoi computer presto avrebbero perso la caratteristica di essere personali, e si sarebbero trasformati in strumenti di comunicazione capaci di consentire a tutti l'accesso e la condivisione di informazioni distribuite in tutto il mondo

Continua...

mercoledì 1 dicembre 2010

Articolo 34


"La scuola è aperta a tutti.
L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso."


Pane e Cultura ( di Francesco Gentili)

“Con la cultura non si mangia”. Già, con la cultura proprio non si mangia. Ma con la cultura si vive, si esiste e si resta al mondo facendo sì che la propria permanenza su questo pianeta non sia orientata nell’esclusiva ricerca di un pasto per sfamarsi. E’ ciò che ci differenzia dai nostri predecessori; da quell’homo erectus che di simile a noi possedeva solo la capacità di restare in piedi, senza l’aiuto delle mani. E questa cultura evolve, si moltiplica, si estende da migliaia di anni. Da quando i nostri antenati hanno cominciato ad assumere quei tratti somatici che non hanno più consentito la percezione di differenze, perlomeno estetiche, tra “noi” e “loro”. Una cultura un tempo per pochi, pochissimi eletti che con il passare degli anni, dei decenni, si è estesa sempre più fino ad arrivare all’esplosione del ventesimo secolo ed allo sviluppo dei mezzi di comunicazione. Questo è quello che sappiamo noi di cultura, ammesso che tutto ciò che noi intendiamo per “incremento alla cultura” non sia solo un camuffamento, una maschera, un imbroglio. Che televisioni, radio e giornali diffusi a largo raggio siano solo una falsa cultura? Un modo per far credere a tutti di essere in possesso di metro di giudizio per poter sentenziare e farsi delle opinioni? Non lo sappiamo, ma del resto è questo il dilemma del progresso, dello sviluppo che invade i nostri ragionamenti, ormai da decenni. Di certo c’è che, anche se non sapremmo mai se quella fornita dai mass media del secolo scorso sia davvero cultura, questi ultimi hanno fatto sì che proprio lei, la cultura, arrivasse a tutti, nelle case di tutti, ricchi o poveri, istruiti o meno. E’ ciò che ci permette di conoscere, sapere, apprendere. E’ ciò che ci permette di differenziarci l’uno dall’altro.
Il ministro dell’economia di uno Stato come il nostro esprime ciò che forse tanti ritengono condivisibile, accettabile. Si accende una televisione, si apre un giornale, si sintonizza una radio e si sente un ministro della Repubblica esternare giudizi lunatici, un direttore di telegiornale che invoca il linciaggio verso coloro che esprimono il loro dissenso, editorialisti che non lasciano spazio a repliche e attaccano, puniscono, giudicano.
L’Italia migliore si mobilita. L’Italia che non ci sta, l’Italia che vuole cambiare. Ma l’Italia migliore di cui parliamo non è l’”intera generazione” che si mobilitò nel ’68. E’ una piccola parte. Sono una fetta degli studenti di un Paese stanco, senza più forza, che però non si accontentano, si ribellano, non ci stanno. Il mondo che ci impongono di vivere non ci piace, ci ripugna. E allora proviamo a cambiarlo. Manifestiamo, protestiamo, urliamo e scendiamo in piazza; tutti consapevoli che servirà a ben poco. Tutti in mobilitazione per far sì che quella cultura arrivi davvero a tutti, come quel magico articolo 34 che la Carta Costituzionale prevede.
E per chi rimane a casa, per chi crede che alla fine Tremonti tutti i torti non li abbia, per chi, sotto le coperte, si gode il tepore casalingo rimanendo all’asciutto a differenza di chi, sotto la pioggia battente, è andato ad urlare la propria rabbia per le strade, per chi crede che, tutto sommato, le cose non stiano andando poi così male, insomma per tutti coloro che da sempre vivono nell’indifferenza, che restino a casa, che rimangano al caldo. Ma quando fra trent’anni il mondo sarà diverso, modellato, cambiato vivranno nel rimpianto, in qualsiasi caso, qualsiasi sia il mondo che si troveranno davanti. Se la società sarà caduta così in basso tanto da indignare anche loro, sarà il rimorso a corrodere i propri ricordi, pronto come sempre a riproporsi ogni qual volta un immagine in bianco e nero di quegli anni passi davanti ai loro occhi.
Se così non dovesse essere, sarà invece l’invidia, lo strazio a provocar loro fastidio, frustrazione. Quel mondo che sembrava andar loro bene, non era poi così perfetto, poteva essere migliore; e quelle marce sotto la pioggia, quelle camminate nel freddo invernale e quelle grida verso il potere forse, con il senno di poi, un senso ce l’avevano.
Allora, anche se non credete nell’effetto di quello che andate a fare, attivatevi, mobilitatevi agitatevi, perché, un giorno, sarà dura, durissima vivere di rimpianti, di occasioni perdute.
In tanti ci accusano di essere gli unici a credere in un ideale, pur conoscendo l’utopia che quell’ideale racchiude. E’ necessario sapere che un ideale, come il Nord, come la Stella Polare, sia irraggiungibile; ma almeno, per quanto mi riguarda, indica la strada da seguire.

Francesco Gentili